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Storia
Già prima dell’insediamento dei monaci cistercensi, il luogo era stato abitato dai Benedettini che vi avevano costruito un monastero con il titolo si santo Stefano Protomartire, dove aveva dimorato anche Gregorio IV prima dell’827, anno della sua elezione al papato. In seguito, probabilmente verso l’anno mille, il monastero subì quella ristrutturazione ed ampliamento, di cui ancor oggi rimangono, ben conservati, i tre lati romanici del chiostro. Qualche storico affaccia l’ipotesi che i Benedettini si siano insediati sul posto ai primordi dell’Ordine; vi sarebbero stati attratti dall’ambizioso disegno di bonificare la zona, che offriva tanto spazio al loro ideale dell’ora et labora, e dal desiderio di tenere in vita la tenue organizzazione di vita sociale che ancora vi fioriva, attestata ancor oggi dai ruderi di qualche villa romana – persino nel giardino del chiostro è emerso, durante gli scavi di sondaggio, un peristilio di villa romana – e da quelli, più consistenti e ancor oggi visibili, di un complesso termale prospiciente la chiesa. < Nel terzo decennio del secolo XII, durante lo scisma di Anacleto II, quando Bernardo di Clairvaux, con impegno infaticabile e con voce profetica, si adoperò per il riconoscimento della legittimità di Innocenzo II, l’abbazia fu incorporata nell’Ordine Cistercense come figlia diretta di Hautecombe, nella ramificazione di Clairvaux.   Poiché l’abbazia giaceva in un luogo acquitrinoso, i Cistercensi – che sono passati alla storia con la connotazione di monaci dissodatori e bonificatori e che nei limiti del possibile perseguivano la conduzione diretta dei loro propri possedimenti – iniziarono una capillare opera di bonifica convogliando le acque paludose nel vicino fiume Amaseno. Da questo impulso di rinascita spirituale – sociale – economica deriva, secondo la tradizione tipicamente cistercense, la nuova denominazione, Fossa Nuova, che ha un’allusione trasparente alla vitalità nuova. Con tutta probabilità, il primo abate di Fossanova è stato il beato Gerardo martire, discepolo di san Bernardo, il quale sembra aver ricoperto l’incarico in due periodi diversi. L’ordine cronologico degli abati cistercensi, nel corso del XII secolo, dovrebbe essere: Gerardo (intorno 1135), Pietro (intorno al 1140 sotto il pontificato di Innocenzo II), Crescenzio (intorno al 1145 sotto il pontificati di Lucio II e di Eugenio III), Ruggero (intorno al 1155, sotto il pontificato di Adriano IV), ancora Gerardo dal 1158 al 1171. Quando Gerardo fu eletto, nel 1171, abate di Clairvaux, fu sostituito alla guida dell’abbazia da Goffredo d’Auxerre (1172-1173), già devoto e diligente segretario di san Bernardo e, poi, deposto abate di Clairvaux. A questi succese Giordano da Ceccano (probabilmente dal 1173 al 1187) che nel 1188, fu eletto cardinale da Clemente III, ed inviato come legato in Germania. Giordano, come è testimoniato dal Chronicon Fossa Novae, morì nel 1206, dopo un’intensa attività diplomatica. I monaci cistercensi ristrutturarono gli ambienti del monastero finalizzandoli alle loro particolari esigenze di vita; li trasformarono secondo i canoni spirituali ed artistici propri dell’Ordine, ed aggiunsero al titolo di Santo Stefano anche quello di Santa Maria, perché gli Statuti dell’Ordine prescrivevano che tutte le loro chiese fossero dedicate a Maria Regina del Cielo. La chiesa di Fossanova, così come appare oggi, fu iniziata nel 1163 – ma alcuni storici datano l’inizio al 1170, altri ancora al 1187 – secondo un impianto più razionale e funzionale, proprio dell’Ordine e secondo un gusto nuovo che si andava diffondendo nel nord Europa, soprattutto in Francia, dove l’Ordine era sorto. La costruzione della chiesa si protrasse per circa 45 anni – un lungo periodo dovuto ad una forzata sosta negli ultimi decenni del XII secolo causata, probabilmente, dagli attriti tra impero e comuni, in cui tutte le abbazie cistercensi furono coinvolte – e fu definitivamente sistemata, con i rosoni, solo intorno al 1300. Anche l’imperatore Federico Barbarossa contribuì alle spese di costruzione – forse come riparazione ai danni di guerra – secondo quanto era attestato dall’iscrizione sull’arco del portale, ora ricoperta da mosaico: “Fridericus imperator semper augustus hoc opus fieri fecit”. Nel 1208, sotto l’abate Stefano da Ceccano (1205-1212), in seguito eletto cardinale (1212), l’altare della nuova chiesa, secondo la testimonianza del Chronicon Fossae Novae, venne solennemente consacrato da Innocenzo III. Contemporaneamente alla chiesa e subito dopo, tra il 1170 e il 1250, anche gli altri locali della vecchia abbazia furono ristrutturati, sia intorno sia nelle adiacenze del chiostro. Sorsero così, in probabile ordine di tempo, la foresteria, il refettorio e gli edifici attigui, la sala capitolare, il lato sud del chiostro, i dormitori dei monaci e dei fratelli conversi, le stalle e i magazzini, tutti secondo il severo stile di transizione come la chiesa, ma con varianti più evolute nella sala capitolare e nel lato sud est del chiostro. Invariati, invece, sono stati lasciati gli altri tre lati del chiostro, che risalgono intorno al mille. Il dinamismo costruttivo dei secoli XII e XIII corrispondeva al periodo di massima vitalità dell’abbazia, attestata:
a) dall’attraente bellezza del complesso monastico, ormai ristrutturato in tutte le sue articolazioni; dai frequenti rapporti con gli uomini illustri che si interessarono dell’abbazia o che vi furono ospiti;
c) dalle esenzioni tributarie e dai privilegi concessi dai papi – in particolare Alessandro III, Celestino III, Innocenzo III, Onorio III – con l’intento di avere dalla loro parte quei religiosi che, per l’ubicazione dell’abbazia, costituivano l’avamposto dello Stato della Chiesa di fronte ai minacciosi Saraceni che risalivano dal sud;
d) dalle esenzioni e dai privilegi accordati anche dai nascenti comuni, consapevoli che le iniziative abbaziali tendevano allo sviluppo dello spirito di libertà e di emancipazione che animavano la società;
e) dall’affidamento dei loro beni fato dai contadini al monastero, spinti dalle avverse condizioni sociali ed economiche del tempo;
f) dalla presenza dello Studium Artium che, sebbene istituito per la formazione umanistica e teologica dei monaci, finiva con l’influenzare quel fervore artistico, per cui l’abbazia era divenuta splendida, e con il caratterizzare molti monaci che, per capacità personale e per esperienza, erano divenuti depositari dei segreti di cantieri e avevano dato prova della loro abilità artistica sia dentro che fuori e lontano dal monastero. L’influsso di Fossanova pertanto – senza misconoscere quello di altre abbazie cistercensi vicine altrettanto famose e vitali, quali Casamari, Le Tre Fontane a Roma – si estese in una discreta area geografica che comprendeva i duomi di Priverno e di Terracina con i loro relativi palazzi comunali, quello di Sezze, le chiese di Santa Maria Maggiore in Ferentino, di San Lorenzo in Amaseno, le collegiate di Santa Maria in Sermoneta, di Sant’Antonio in Priverno, di San Michele Arcangelo in Sonnino, di San Domenico e dell’Annunciazione in Terracina. Solo di alcuni di questi benemeriti costruttori ci sono pervenuti i nomi: fra’Giovanni de Ferraris per l’abbazia di Santa Maria di Ferraris pressa Teano; fra’Guglielmo da Milano per l’abbazia di Casamari; i monaci Pietro, Simone, Ildino e i conversi fra’Ugolino di Maffeo e fra’Matteo per l’abbazia di San Galgano presso Siena; i privernati Andrea per la chiesa dell’Annunciazione in Terracina, Pietro Gullinari con i figli Maurizio e Giacomo per la chiesa di San Lorenzo in Amaseno, Antonio da Priverno, autore del bel portale, oggi cadente, in Terracina, in cui si legge “Magister Antonius de Piperno me fecit”, Toballo de Joannis di Priverno, il quale lavorò nella chiesa di Sant’Antonio in Priverno.
Già sul finire del XIII secolo, però, e soprattutto dall’inizio del XIV secolo, iniziò per Fossanova un rallentamento di vitalità e di incidenza storica, denotato dal venir meno di quei fattori che costituiscono il tessuto sociale di ogni istituzione e motivo da cause molteplici e interdipendenti:
dal ritiro dei favori papali, specialmente dopo che l’abate Pietro di Monte San Giovanni aveva aderito agli Aragonesi, in occasione dei Vespri Siciliani (1282), per rientrare in possesso delle proprietà dell’abbazia in Sicilia, usurpate dagli Angioini;
dalle continue liti con la vicina Priverno, danneggiata negli interessi economici per le numerose esenzioni fiscali, di cui godeva l’abbazia, e costretta a continui accomodamenti di competenza giurisdizionale;
dalla pestilenza del 1348 che privò l’abbazia della necessaria manodopera;
dal trasferimento della sede papale ad Avignone, avvenimento che rese troppo distante, in certo qual modo, anche la protezione della Sede Apostolica sull’abbazia;
dall’affievolimento della disciplina monastica che avrebbe portato, con passare degli anni, alla scissione trappistica;
dall’espansione dell’economia commerciale, cui non era più in grado di competere quella agraria dei monaci;
dalla nascita degli Ordini Mendicanti che, polarizzando le vocazioni religiose, mise in seria difficoltà gli Ordini Monastici;
dal risorgere della malaria;
dalla perdita del corpo di san Tommaso d’Aquino, traslato a Tolosa nel 1369, che causò un forte calo di pellegrini;
dalla istituzione della commenda, estese anche a Fossanova da Callisto III nel 1457.
Creata dai papi in difesa dei beni dei monasteri contro la rapacità di amministratori senza scrupoli e contro avventurieri politici, la commenda veniva affidata a cardinali, che venivano qualificati come abati commendatari, con il compito di amministrare i beni del monastero. Primo abate commendatario di Fossanova fu Giacomo Lusitano. Dopo di lui furono nominati abati commendatari i cardinali Pietro Aldobrandini intorno al 1595, Francesco Barberini nella metà del XVII secolo, Innocenzo Conti nel 1790, il cardinal Pallotta nel 1785 e Aurelio Roverella negli anni 1802 – 1806, che è stato l’ultimo della serie per la soppressione napoleonica dei beni abbaziali e della commenda. Ma gli abati commendatari si dimostrarono, con il passare degli anni, amministratori interessati, perseguendo profitti personali dei beni da essi amministrati. I monaci, pertanto, stentavano a trovare i viveri sufficienti al loro sostentamento, per cui si ridussero sempre più di numero, secondo il divario sempre crescente tra le rendite loro assegnate e l’aumento del caro-vita.
Bisogna tuttavia sottolineare la cura diligente che il cardinale commendatario Pietro Aldobrandini e, dopo di lui, il cardinale Francesco Barberini ebbero per l’abbazia tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII. Il primo infatti restaurò, nel 1595, la torre lanterna e l’altare maggiore della chiesa, danneggiati seriamente da un fulmine e, più tardi, nel 1600, anche il lavabo, con il lanternino di fronte al refettorio, facendovi inserire elementi architettonici classici; il secondo, dopo aver fatto trasformare in cappella la stanza ove era morto san Tommaso, la arricchì con un bel soffitto a cassettoni con dipinti di cui, purtroppo, non restano tracce. Nel XVII secolo fu realizzato anche il pregevole rilievo marmoreo che riproduce la morte dell’Aquinate, opera che pare possa attribuirsi ai discepoli del Bernini secondo alcuni, ai discepoli dell’Algardi secondo altri. Per riprendere vitalità dopo la profonda crisi religiosa e civile dei secoli XV e XVI, comune del resto tutto l’Ordine e a tutta la cristianità europea, la comunità monastica di Fossanova si inserì nel movimento delle Congregazioni monastiche, nelle quali si andava articolando l’Ordine, per cui entrò a far parte, dal 1613, della Congregazione Romana e, dal 1660, per l’iniziativa degli abati Durelli ed Ughelli, della Congregazione Toscana. Fu in questo tempo che l’abbazia di Fossanova venne a perdere anche l’abate per essere retta da un semplice priore. L’unione quindi non risultò felice tanto che, proprio per opera dell’abate di Fossanova Edmondo Casconi, le abbazie dell’Italia centrale ottennero, nel 1762, la rescissione e ricostituirono la Congregazione Romana.
La Santa Sede vegliava, tuttavia, sulla traversia della vetusta abbazia laziale. Tra 1725 e il 1729 il monastero fu onorato dalla visita di numerosi prelati e dello stesso Benedetto XIII. Nel 1780 in esso fu ospite Pio VI, il pontefice che aveva promosso la bonifica della pianura pontina, il quale, spinto anche dal desiderio di venerare alcune reliquie di san Tommaso che nel frattempo erano state rinvenute (1772) dall’abate Pio Piermartini, approfittò dell’occasione per rendersi personalmente conto dei problemi da cui era travagliata l’abbazia. Il papa, per risollevare la situazione, ne affidò il governo, nel 1795, all’abate di Casamari, padre Romualdo Pirelli, il quale si rese benemerito anche verso la popolazione per averla rifornita di un pozzo, ancora oggi efficiente, sul quale si legge l’epigrafe:
IN VINCORUM ET VIATORUM
COMMODUM
REV.MUS.PAT’
D.ROMUALDUS MARIA
PIRELLI NAP’
ABBAS CASAEMARII
IN HOC VEN.MONASTERIO
STRICTIORUM CISTERCENSIUM
ABBAS REGULARIS
MDCCCIII
La ripresa, però, ebbe breve durata, perché le truppe francesi di Napoleone, nella prima discesa in Italia, raggiunsero anche Fossanova nel 1798, ne saccheggiarono il monastero, malmenarono e misero in fuga i pochi religiosi che trovarono rifugio nei pressi di San Domenico in Sora, decretarono la soppressione dell’abbazia per incamerarne i beni. Furono salvate le reliquie e la testa (vera o presunta) di san Tommaso, che furono portate nella cattedrale di Priverno per esservi custodite e venerate. Nello stato pietoso in cui era ridotta, l’abbazia, senza porte ed infissi, era esposta all’arbitro di tutti, quando l’inattesa sconfitta delle truppe francesi da parte di Ferdinando IV di Napoli, riaccese le speranze per il ritorno dei monaci. Questi infatti rioccuparono il monastero per il solerte interessamento del francescano conventuale, padre Bonaventura Trulli che, nominato visitatore dell’abbazia di Casamari, riuscì ad ottenere, con l’appoggio del governatore napoletano, anche la restituzione dei beni.
Nel suddetto periodo, un religioso di nobile famiglia, padre Carlo De Meldeur, dopo lunghe sofferenze e forzate peregrinazioni nelle terre di Francia e d’Italia a causa dei moti rivoluzionari francesi, divenuto monaco trappista a Casamari, dall’abate Pirelli di Casamari fu mandato come priore a reggere la riaperta abbazia di Fossanova. Il padre De Meldeur vi rimase due anni scarsi perché nel 1804 morì sepolto nella tomba che è al centro della sala capitolare. Si legge infatti in un necrologio dell’abbazia di Casamari: “A dì 9 dicembre 1804 a ora una dopo mezzanotte il r.p. Carlo Maria superiore del monastero di Fossanova è passato all’eternità”. Gli altri religiosi rimasero nell’abbazia ancora alcuni anni, per abbandonarla definitivamente quando i napoleonici, essendovi tornati nel 1806, soppressero di nuovo il monastero e la commenda, alienandone ancora i beni. Non si salvò nulla, neppure l’archivio che ci avrebbe potuto fornire tante notizie sulla storia dell’abbazia. Si sa solo che numerosi cimeli, libri, opere d’arte, quadri, oggetti sacri furono depositati negli archivi privernati del Comune e della Cattedrale; restituiti poi all’abbazia nel 1827 quando questa fu affidata ai Padri Certosini, oggi risultano introvabili, forse perché andati irrimediabilmente perduti a causa delle avverse vicende politiche che per tutto l’800 hanno sconvolto la vita dei monasteri. Si conoscono, tuttavia, i titoli delle circa 250 fra stampe ed opere d’arte andate perdute, perché elencate in un lungo inventario redatto dal notaio Luigi Martellucci di Priverno nel 1795, conservato nell’archivio di stato di Latina.
Dopo la caduta di Napoleone, né i Cistercensi dell’Antica Osservanza, né i Cistercensi della Stretta Osservanza (Trappisti) tornarono più nell’abbazia che, nell’incuria generale, fu trasformata in dimora di bufali fino a quando Leone XII non la riscattò a proprie spese per affidarla ai Padri Certosini di Trisulti con rescritto del 14/10/1826, provvedimento confermato con decreto del 14/12/1844 da Gregorio XVI il quale, passando per Fossanova, si era reso conto personalmente delle condizioni del monastero.
I Padri Certosini, nonostante le assenze del 1830, del 1848, del 1867 e l’altro breve allontanamento del 1873, dovuto alle leggi di soppressione degli istituti religiosi, fecero ritorno nell’abbazia nel 1874, quando questa fu dichiarata monumento nazionale dall’On. Veglioni, ministro dell’allora Governo Minchetti. Durante la loro presenza, i Padri Certosini, con mezzi propri, con il sovvenzionamento di Leone XII e poi del Governo Italiano, curarono il restauro dell’abbazia, senza tuttavia la possibilità di riportarla all’antico splendore. Negli anni seguenti alla soppressione, il Governo Italiano vendette l’abbazia, insieme ai beni ancora rimasti, il principe Borghese il quale vi costruì, attorno 1911, le abitazioni che formano il borgo, oggi quasi disabitato. I Padri Certosini restarono nell’abbazia fino al 1926, quando l’abbandonarono definitivamente a causa del clima e di altre comprensibili difficoltà. Ai Padri Certosini subentrarono i religiosi di don Guanella che vi rimasero soltanto negli anni 1926 – 1932; di essi la popolazione ricorda ancora il grande disagio in cui vivevano. Nel 1932 il solo monastero – escluse le antiche pertinenze – è passato di nuovo, e gradualmente, allo Stato Italiano dagli ultimi padroni, i benemeriti Di Stefano che si erano preoccupati anch’essi, soprattutto l’ing. Pasquale, per i restauri.
Subito dopo, con trattative condotte dal 1932 al 1936, l’abbazia è stata affidata ai Frati Minori Conventuali, per l’interessamento del vescovo di Terracina-Sezze-Priverno, mons. Pio Leonardo Navarra, che riponeva in loro molte speranze per l’assistenza spirituale alle popolazioni, soprattutto dopo la bonifica pontina. I Frati Minori Conventuali si sono molto interessati presso le autorità governative per i dovuti restauri, i quali, anche se insufficienti e fatti frettolosamente hanno consentito alla Comunità di ospitare un numeroso collegio di aspiranti al sacerdozio. Soppresso, in seguito, il seminario per mancanza di aspiranti, i religiosi si sono dedicati alla pastorale parrocchiale – la chiesa è stata eretta a parrocchia nel 1950 – e all’accoglienza dei numerosi turisti, ospitando anche nei vasti locali del monastero manifestazioni religiose e culturali. Ultimamente un avvenimento straordinario ha riportato, per un giorno almeno, l’abbazia alla celebrità storica: la visita di Sua Santità Paolo VI, che ha voluto onorare nel luogo la memoria del dottore angelico nel VII centenario della sua morte (1274-1974). L’accoglienza, ben curata dai religiosi conventuali, ha richiamato sul posto una grande folla di fedeli, accorsi da tutti i paesi della provincia di Latina.
L’avvenimento è ricordato da una lastra marmorea posta nelle vicinanze del posto in cui ha preso terra l’elicottero con il Santo Padre:
IL 14 SETTEMBRE 1974
NEL VII CENTENARIO DELLA MORTE DI
SAN TOMMASO D’AQUINO
E’ DISCESO DALL’ELICOTTERO IN QUESTO LUOGO
IL VICARIO DI CRISTO SUA SANTITA’ PAOLO VI
PER RENDERE OMAGGIO ALLA DI LUI MEMORIA
BENEDICENDO LA MOLTITUDINE DEI FEDELI ACCORSI
DA OGNI PARTE DELLA TERRA PONTINA
IL POPOLO DI FOSSANOVA
POSE A RICORDO
È stata questa una felice occasione perché è valsa a rilanciare il nome di Fossanova non solo come mèta per i cultori d’arte, ma anche come luogo di ricordi sacri e di culto.
 

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